Macchina Biologica

A proposito del gen(d)ero

Fino a qualche anno fa, mi era faticoso districarmi nella comprensione dell’effettiva relazione esistente tra i vari cognati, suoceri, generi, nuore e affini. Sono lenta in certe cose: per esempio ho imparato l’alfabeto a memoria solo in quarta elementare, e le tabelline, forse mai. Ogni cosa a suo tempo.
Ora ho capito bene che il genero è il marito della figlia, dal punto di vista dei genitori di lei; mentre la nuora è, viceversa, la moglie del figlio, dal punto di vista dei genitori di lui. Un punto di vista a testa.
Ma la mia curiosità non si sazia mai e mi sono domandata come mai si chiamano così, e cosa c’entra tutto questo con il dibattito sul gender,  il genere, che è in corso da tempo un po’ in tutto il mondo.

L’origine etimologica di genero e genere è la stessa, ovviamente: dal latino genus, che a sua volta arriva dal greco gènos, che a sua volta arriva dal sanscrito g’anas, con la radice g’a/g’an che significa produrre, generareGenero significa il riproduttore della famiglia.
Nuora, invece, non ha nulla a che vedere con questa origine: viene dal latino medievale nòra, a sua volta dal classico nùrus per snùsus (spesso la s si cambia in r nei passaggi di tempo), che ha origine nel sanscrito snusha, dove -sha è una desinenza con funzione di genitivo, e il cui significato si può quindi tradurre con figlia o figliastra del padre del riproduttore.

Ecco, partiamo già da questa palese ingiustizia: tutto il  merito della futura generazione è delegato al partner maschile, il riproduttore; alla donna non viene nemmeno riconosciuto uno status di incubatrice, ma diventa un soggetto generato da un’altro riproduttore e, in più, ceduto alla patria potestà di un generatore di riproduttore. Mi sono incasinata, forse. O forse no.

Il punto è che le parole forgiano le nostre relazioni più dei sentimenti. E dal momento che viviamo in un mondo fondato (e sancito dai più antichi documenti conosciuti,  come la Bibbia) sulla supremazia di un genere sull’altro, mi sembra lapalissiano che il linguaggio sia stato definito sulla base di questo principio, e che una discussione sul profondo significato del genere, non possa non tenerne conto.

Immaginiamo di trovarci a vivere nella società pre-patriarcale che esisteva ai tempi del Neolitico, come gli studi archeologici moderni trovano e confermano (ho già consigliato altre volte, e lo faccio ancora, questo libro: “Il calice e la spada” dell’archeologa Riane Eisler). Era una società strutturalmente paritaria e comunitaria, dove le differenze di censo e di reddito erano minime e dove esisteva una grande cura reciproca tra gli esseri umani, e tra questi e la Grande Madre generatrice di tutto il pianeta. Apparentemente non c’erano guerre, vista la totale assenza di mura e fortificazioni intorno alle città, né esisteva il concetto di supremazia di uno sugli altri. Non si concepiva nemmeno l’esistenza di un capo, inteso come re o imperatore.

Immaginiamo quindi di vivere in questa società gilanica (così come viene definita, ovvero nella totale parità dei generi), quindi una società dove il genere non viene classificato né celebrato. Di fatto, non è importante. E’ presumibile che in questo tipo di cultura le eventuali varianti di genere – onnipresenti ovunque e in ogni tempo – venissero quindi considerate come componente della naturale espressione della Natura. Se non esiste la supremazia di un genere sull’altro, allora non esiste nemmeno il concetto di degradazione nel passaggio da uno all’altro. Non esiste la nozione che un maschio non possa esprimere le emozioni della sua componente femminile, pena il discredito e l’onta, né che una femmina possa farlo con la sua componente maschile, pena la perdita della sua femminilità.

E’ famoso il racconto che Platone fa nel Simposio, narrato poi dal commediografo Aristofane, delle due metà. Lo riporto riassumendo:

In un passato remoto, vivevano tre diversi generi umani, dice Aristofane: il maschio, originato dal Sole; la femmina, originata dalla Terra e l‘ermafrodita dalla Luna, poiché assume sia i caratteri del Sole che della Terra, vivendo di luce riflessa. Gli ermafroditi erano esseri completi, che avevano sia qualità maschili, che femminili: la forma del corpo era rotondeggiante, avevano quattro braccia e quattro gambe, una testa con due volti, quattro orecchie e due organi genitali diversi: dei perfetti esemplari di superumano, per intenderci. Questa loro completezza li faceva sentire addirittura più potenti degli dei dell’Olimpo.  E Zeus decise quindi di punirli, dividendoli, come una mela, in due parti uguali. Fu così che gli ermafroditi persero la loro perfezione, divenendo semplici uomini e donne.
Da quel momento vissero in una condizione miserabile, lancinante, poiché sentivano l’insopportabile e inappagante mancanza della loro vecchia metà. Ogni pezzo della mela cominciò a cercare la parte che un tempo gli apparteneva e dopo averla trovata si ricongiungeva a lei. L’unico scopo di queste mele disperse era stare nuovamente insieme, a nulla sarebbero serviti cibo e lavoro.

Tutte le tradizioni spirituali, quando parlano dell’anima, la definiscono composta da due principi energetici opposti e complementari: il positivo e il negativo. L’attivo e il passivo. La luce e l’ombra. Il maschile e il femminile (senza nessuna connotazione di valore né di morale). Jung parlava di animus e anima, come degli archetipi antropomorfici della mente inconscia, dei simboli astratti che sono alla base dell’archetipo del Sé. E però sono inconsci e trascendono la psiche personale, il che significa che nell’inconscio di un uomo, l’archetipo  anima trova la sua espressione come personalità femminile interiore; in modo equivalente nell’inconscio della donna, l’archetipo animus si esprime come personalità maschile interiore.

C’è un fantastico romanzo di fantascienza scritto da Ursula K. Le Guin, intitolato “La mano sinistra delle tenebre”, dove un viaggiatore della Federazione Galattica è inviato sul pianeta ghiacciato Gethen, in veste di esploratore. Gli esseri umanoidi che lo abitano sono ermafroditi. Il motivo non si sa, se sia il risultato dell’evoluzione o di una manipolazione genetica avvenuta migliaia di anni prima. I Gheteniani sono neutri per la maggior parte del tempo, ma una volta ogni 26 giorni (quasi un mese lunare) hanno una fase detta kemmer (che dura due giorni) in cui diventano o maschi o femmine, in base ad uno scambio di feromoni con il partner. Non c’è possibilità di scelta: entrambi i partner possono diventare attivi o passivi ed entrambi hanno la possibilità di restare incinti. Questa è vera parità, mi viene da dire.

Dove sto andando a parare con questo discorso? Che il concetto di genere è un concetto assolutamente culturale, e che stigmatizzare o impedire un’espressione naturale dell’esperienza umana è solamente un’operazione di violenza ignorante, un po’ come i salassi mortali che venivano applicati ai malati per liberarli dal sangue impuro che si pensava causasse la malattia. Nessun medico oggi potrebbe proporre un rimedio di questo tipo senza essere linciato.

E così accadrà anche per tutte le parole e gli atti che ancora vengono utilizzati contro la libera espressione di Sé: in un futuro, nemmeno tanto lontano, saranno visti come prodotti di una visione ristretta e conservatrice, una deriva riduzionistica e reazionaria nata all’interno di una società patriarcale, che tanta responsabilità ha avuto nella produzione del dolore e della disperazione umana.

Dal libro della Le Guin:

« La luce è la mano sinistra delle tenebre,
E le tenebre la mano destra della luce,
Due sono uno, vita e morte,
e giacciono, Insieme come amanti in Kemmer,
Come mani giunte, Come la meta e la via. »

Con amore sgenerato

Yel

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