Macchina Biologica

La tribù degli strani

E ben ritrovati! Sono trascorsi  due mesi dal mio ultimo post, ma mi sembra che di tempo ne sia passato molto di più. Il fatto è che questa estate mi ha visto viaggiare parecchio e fare esperienze nuove in terre straniere e, come sempre accade quando si incamera nuova energia, ci vuole poi del tempo per assorbirla e comprenderla, e soprattutto per poterne fare una sintesi e comunicarla qui.

La prima cosa che mi viene da dire è che qui in Italia siamo davvero al medioevo per quanto riguarda la comprensione delle dinamiche spirituali dell’universo QUEER (letteralmente “strano, peculiare”: è un termine ombrello per tutte le differenzazioni sessuali o di genere, che non si identificano nel sistema binario dei sessi, nell’eterosessualità o nel cisgender – ovvero relativo a persone la cui identità di genere è conforme al genere assegnato alla nascita, il contrario di transgender insomma).
Per quanto mi riguarda non è certo la prima volta che provo a spiegarmi questo strano connubio (strano per la nostra cultura clerical-machista penitenziale) tra l’energia sessuale e quella spirituale: ho sempre saputo che sotto e dentro l’impulso travolgente che mi ha spinto a rivoluzionare l’esistenza ci fosse un’altra forza, una causa ben più motivata e organizzata che non il semplice desiderio sessuale o di identificazione di genere. Per questo mi sono sempre considerata una “transpirituale”, se mi passate il termine.

Non sono sola ovviamente: ho alcune amiche e amici LGBTQI (Lesbiche, Gay, Bisessuali, Transgender, Queer  – o anche Quelli che si fanno domande e Intersessuati) che la vedono esattamente come me, ma qui in Italia siamo ancora pochi, e il motivo penso sia legato alla colonizzazione spirituale che il cattolicesimo ha prodotto nel nostro paese, collocando tutti quelli che non si identificano nella logica patriarcale, tra  peccatori e seguaci del diavolo, trasformando così quello che in altre culture è considerato un dono divino in una condanna e una maledizione perversa.

Ma basta uscire dai nostri limitanti confini geografici per rendersi conto che alcune zone del mondo sono andate avanti e che esiste ormai da tempo un dibattito vivace sulla spiritualità “strana”, tanto che stanno fiorendo festival, raduni e ritiri spirituali un po’ da tutte le parti. Ed è in queste occasioni che si ritrovano tutte le tribù arcobaleno e riscoprono e riformulano riti, pratiche e liturgie antichissime, che appartengono alla storia di tutti gli esseri umani, queer compresi.

“We are here, we are queer, we are cosmic!” (Siamo qui, siamo queer, siamo cosmici!) è uno degli slogan che ho sentito spesso questa estate nei vari festival e che meglio sintetizza lo spirito che ispira e conduce queste nuove modalità di relazione tra la spiritualità e la fisicità di un’esperienza di vita LGBT. E’ una tripartizione che illustra la fisicità dell’essere e afferma il diritto di esistere (“siamo qui”), la celebrazione della differenza e della libertà (“siamo queer”) e la connessione con le energie dell’Universo e dei mondi soprannaturali (“siamo cosmici”). E vi garantisco di non aver mai incontrato prima un popolo così “cosmicamente” variegato e variopinto come quello di questi raduni. Tanto per dire, io – che qui in Italia quando esco per strada mi sento sempre sotto doppia e tripla osservazione – lì ero la più normale, nel senso di quella più inserita nell’accettato sistema binario uomo-donna. E questa cosa mi ha fatto riflettere: non è che io sono scappata da una scatola per entrare in un’altra? ( da quella del maschietto, nella quale sono biologicamente nata, a quella della transgender che cerca di assimilarsi il più possibile ad un essere femminile).  Uhm… Mi è chiaro ora che ci sono altre possibilità.

Non so se ricordate, ma alcuni anni fa era stato lanciato uno strano gioco interattivo on line  che si chiamava “Second Life”; esiste ancora e viene praticato da circa un milione di giocatori regolari, che creano delle rappresentazioni vituali di sé stessi (avatar) e sono in grado di interagire con luoghi, oggetti e altri avatars all’interno di questo mondo virtuale. Ci avevo giochicchiato anch’io disegnandomi un corpo da brunetta mozzafiato con l’intenzione di attizzare l’interesse di qualunque altro avatar avessi incontrato. (Sì, ora lo vedo, questo gingillo mi dava la possibilità di liberarmi da un po’ di frustrazione, ma era divertente).  Comunque, dato che le possibilità di personalizzazione erano praticamente infinite, nel mondo di Second Life si potevano incontrare creature fantastiche, di tutte le forme e le combinazioni possibili, un po’ come quelle che mi è capitato di incontrare inq uesta estate queer.

E dopo l’iniziale shock (sono una transgender di provincia, dopo tutto) di confusione e diffidenza che mi procuravano domande come: “E’ un uomo? è una donna? è tutte e due? è nessuno dei due?“, sono tranquillamente passata dal tentativo impossibile di categorizzare  e definire, alla serendipitosa accettazione, anzi celebrazione, del meraviglioso essere umano che mi trovavo davanti. Perché è così che siamo noi esseri umani: bellissimi e pieni di meraviglia, soprattutto quando ci consentiamo di diventare chi siamo davvero e lasciamo che la nostra luce multicolorata illumini la terra che calpestiamo.

“Non date mai nulla per scontato” è il consiglio che ho sentito ripetere di continuo. Il che significa non supporre che la persona che hai di fronte, per il fatto che indossi una gonna o il makeup si identifichi in una donna, o un’altra con la barba e i muscoli si veda come uomo; che voglia essere chiamata “lei” o “lui”; che faccia sesso in questo o quel modo. Non avere idee preconcette è fondamentale se davvero vogliamo consentirci la libertà di essere quello che magari stiamo ancora scoprendo.  E che può anche essere cangiante e non fissamente definito. E quindi il passo successivo è quello di domandare, di informarsi: come vuoi che ti chiami? come vuoi che ti tratti? Come vuoi che ti veda? Anche questo è stato straniante all’inizio, ma poi si comprende che è l’unica strada veramente rispettosa.

E di rispetto ce n’era molto: rispetto e affetto reciproco. In tutto il periodo trascorso nei vari festivals non ho avuto modo di assistere neppure ad un blando alterco o a un litigio. C’era un’atmosfera irreale di pace, amicizia e unione come ormai non siamo più abituati a vivere: fa quasi piangere essere accostati da qualcuno che non si conosce e sentirsi chiedere un abbraccio. E subito dopo abbracciarsi col cuore, da umano a umano, senza più categorie e definizioni. Roba che quando sono poi tornata nella così detta civiltà moderna mi è venuto un attacco depressivo.

E intorno a noi, che ci abbracciavamo, accadevano tutta una serie di eventi, incontri, laboratori e proposte artistiche nuove (o forse molto antiche ma dimenticate) e originali, ma ve ne parlerò nel prossimo post perché c’è molto da dire.

Yel

(– continua)

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