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L’ego spirituale

Una mia cara amica, un po’ di mesi fa, mi ha passato un piccolo testo in forma di cartolina colorata, attribuito a Osho, intitolato “Zorba il Buddha”. Per chi conosce un po’ Osho e i suoi metodi di risveglio non è nulla di nuovo, ma mi aiuta ad introdurre il concetto di “ego spirituale”, che lì per lì sembra un ossimoro, ma non lo è.

Nel film del regista greco Cacoyannis del 1964, intitolato Zorba il greco, il protagonista omonimo del film, interpretato da un grandissimo Anthony Queen (che greco non era, bensì messicano) è un personaggio che non si può dimenticare. Come non si dimentica nemmeno la scena del ballo sirtaki che potete ammirare qui:

Come potete vedere Zorba è uno che balla come se ballare fosse  la cosa più importante del mondo, e lo fa con una passione e un entusiamo assolutamente coinvolgenti (ricordo che l’etimologia di entusiasmo è “essere in dio”, dal greco “en”, in e “theo”, dio). Nel corso della storia lo conosciamo attraverso i molti eventi, gioiosi e tragici, della sua vita, che includono disastri economici, innamoramenti furiosi, perdite dolorose e cambi repentini di direzione. Un po’ come succede a tutti noi.
Ma Zorba non perde mai la sua voglia di ballare, perché sa, ha capito – è in dio – che la vita è proprio fatta così, e non è un errore (ok, diciamo che siamo andati un po’ troppo fuori rotta, ma la stiamo recuperando) ma un gioco da giocare in tutte le sue parti.
Zorba è uno che non lo ammazzi nemmeno facendolo esplodere (metaforicamente, si intende) perché la sua passione per l’esperienza fisica e incarnata è inesauribile. Ciò nonostante Zorba non è un uomo vuoto e superficiale, né uno che (con le parole del poeta Pietro Jahier) “ha solo empito pelle, svuotato pelle e frecato pelle”, perché è proprio la sua entusiastica partecipazione alla vita che lo aiuta nella sua evoluzione e crescita spirituale.

Possiamo dire che è l’ego – o meglio i tanti ego – di Zorba che lo conduce nel suo percorso? Da un certo punto di vista, ovvero da quello dell'”ego spirituale”, lo è, ma non è forse vivere la vita nella sua totalità, il motivo principale della nostra incarnazione fisica? Per quale motivo la Fonte avrebbe architettato e organizzato tutta ‘sta popò di roba che si chiama vita umana, se non per farci giocare al massimo delle nostre possibilità? Se dovessimo rinunciare a questa, come fanno molti che scelgono di astenersi, non staremmo forse fallendo l’obiettivo e la ragione di essere qui?

Osho infatti sostiene, in sintesi, che prima di diventare Buddah dobbiamo essere Zorba. Che poi lo diceva (e l’ha provato nella sua vita) anche S. Agostino, che da “peccatore” è diventato “santo”. Dobbiamo cioè “esaurire” i nostri appetiti materiali prima di poter accedere ad un livello superiore. Forse che anche Joshua (Gesù) il Cristo non mangiava pesce e beveva vino (moltiplicandoli a sua volontà)? Lasciamo perdere il fatto che la Chiesa abbia poi tagliato e censurato tutti quegli aspetti umani dalla sua figura, perché di falso si tratta, e basti leggere i Vangeli Apocrifi (quelli che il Consiglio di Nicea ha eliminato perché fastidiosi per il loro progetto di controllo sociale) per sapere che Joshua aveva una donna (Maddalena) che baciava spesso sulla bocca (e gli Apostoli ne erano anche un po’ invidiosi anche) e con la quale sicuramente faceva l’amore, e dalla quale – presumibilmente – ha avuto anche qualche figlio. Sono sicura anche che ballasse e cantasse come Zorba.

Ma andiamo sul concetto di “ego spirituale”.
C’è una certa condizione che possiamo definire ambizione angelica, che è quella di rinunciare a molte delle avventure che la vita ci offre, per elevarci al di sopra delle passioni e cercare appunto di essere angeli in terra. Questo atteggiamento non è solo contrproducente, perché limita, come detto, le nostre possibilità di giocare con la vita, ma è un sottoprodotto di un ego specifico, quello spirituale.

Ho cominciato ad avvicinarmi alla spiritualità nel 2011, qualche mese dopo che un’astrologa mi aveva predetto che l’avrei fatto. Provenendo da una educazione atea e materialistica (se pur intessuta di eguaglianza e fraternità comuniste) in quel momento le ho riso in faccia, salvo poi ravvedermi e ringraziarla quando mi sono trovata proprio a ricercare quell’esperienza. E lì ho incontrato per la prima volta il mio ego spirituale. Avida di conoscere e di sperimentare l’aspetto non materiale della vita, ho iniziato a sentire una sorta di superiorità spirituale, rispetto ai miei simili. Non che me ne rendessi conto, lì per lì, anzi pensavo di aver intrapreso il cammino perfetto (già questo concetto di perfezione dovrebbe far suonare un campanello d’allarme). Mica siamo qui per essere perfetti. Siamo qui per essere, come dice la poetessa Courtney Walsh: “imperfetti e favolosi“.

Comunque, il mio ego all’epoca aveva deciso di affrontare il cammino spirituale. Solo che il suo obiettivo non era quello di risvegliarsi dal senso di colpa e dalla paura, ma invece di acquisire e addobbarsi di un vestito più splendente, più regale. E all’inizio il mio ego era felicissimo di imbarcarsi in questo cammino, probabilmente pensando di potersi perfezionare e di arrivare ad una comprensione maggiore della spiritualità. Pensava di potersi così elevare al di sopra degli altri, del gregge di pecore che esiste ma non vive. Ricordo che osservavo con invidia i (pochi) insegnanti incontrati nel cammino, a volte tentando anche di imitarli nei loro comportamenti esteriori. Facevo finta di essere buona e sulla strada dell’illuminazione. Cazzate, insomma.
Perché all’ego spirituale non gliene fotte nulla dell’illuminazione. Lui vuole solo incrementare  superficialmente la propria autostima e abbeverarsi a quanta più conoscenza spirituale possibile. Altro che consapevolezza.
L’ego spirituale è, tra tutti gli ego, il più potente perché è quello che ti fa pensare che ci sia una meta da raggiungere, e la meta sembra pure buona. Ti fa pensare che una volta raggiunta quella meta sarai un essere perfetto, che non avrai più bisogno di stare qui e potrai raggiungere i famosi Maestri Ascesi, da qualche parte nelle dimensioni dell’universo. Altre cazzate.

Anche ora che scrivo, c’è il mio ego spirituale che, sotto sotto, dice: dai Yel, lo vedi che sei più avanti degli altri nel cammino, lo vedi che hai capito quasi tutto di come funziona il gioco. Forse, Yel, sei proprio un Maestro Spirituale in risveglio e tra non molto potrai dialogare direttamente con tutti gli altri. E le cose che scrivi sono i tuoi vangeli personali. Si, si, come no.

Per quel che ho capito, se state indossando qualche vestito come questi che seguono, è il vostro ego spirituale, e non il vostro Sè Superiore, che sta percorrrendo il cammino:

Identificarsi troppo nella conoscenza intellettuale
Difendere quella conoscenza anche a morsi
Vanità spirituale (il mio percorso è figo)
Superiorità spirituale (il mio percorso è migliore del tuo)
Fondamentalismo spirituale (tipico delle religioni monocratiche, ma non solo)
Mancanza di vulnerabilità e trasparenza
Mancanza di onestà nei propri confronti
Mancanza di curiosità ingenua e genuina
Insegnare più che imparare
Indossare una maschera di positività assoluta
Appassionarsi a dibattiti sulla spiritualità
Non vedere tutti gli altri come maestri

Ognuno di questi tratti proviene quasi sempre dalla paura dell’ego di essere annullato nel processo evolutivo e sono dei semplici meccanismi di difesa che agiscono contro il risveglio, una serie di tattiche che ritardano il processo. Le domande da farsi per capire chi sta camminando sul percorso spirituale sono molto semplici. La prima è: dove sta il mio cuore adesso? dov’è il mio Amore per gli altri e il creato? E la seconda è: qual’è la vera Verità che sto seguendo? E infine: come sto giocando in questa mia vita?
Ne aggiungo un’altra: chi mi insegna a ballare il sirtaki?

Con amore,
Yel

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