Ma chi credi di essere?

Siamo ciò che crediamo di essere.
Benjamin N.Cardozo

Credilo o no, ma noi tutti siamo essenzialmente dei creatori di realtà.
Siamo frammenti o estensioni di ciò che puoi chiamare dio, tao, universo, fonte, ecc. e in quanto esseri divini, creiamo e modifichiamo ogni giorno la nostra realtà personale (e, insieme agli altri, quella collettiva) attraverso i pensieri e le emozioni di cui facciamo esperienza.
Anche se sembra difficile da credere, le nostre idee, i pensieri e le emozioni tessono letteralmente la struttura della nostra realtà: per esempio, è innegabile che i pensieri che pensiamo dettino le decisioni che prendiamo, e che le decisioni che prendiamo traccino il corso di tutta la nostra vita.

Siamo creatori che stanno imparando a creare. Anzi, una delle ragioni per cui ci troviamo nell’esistenza fisica è proprio quella di imparare e comprendere che la nostra energia – trasformata in sensazioni, pensieri ed emozioni – è la causa principale della nostra esperienza. La maggior parte delle persone, però, è completamente cieca rispetto a questo grande potere e si trova a vivere situazioni negative e caotiche, sulle quali apparentemente non ha alcun controllo, mentre in realtà queste situazioni sono auto-create in modo assai preciso.

Funziona così: tutta la nostra esperienza del mondo della materia fisica fluisce all’esterno dall’interno della nostra psiche; c’è uno scambio continuo tra la mente, il corpo e lo spazio fuori di esso, e in questo scambio viene manifestata l’esperienza. Una volta manifestata, l’esperienza viene nuovamente percepita dalla mente (e dal corpo) come una vera realtà. Alcune sensazioni e pensieri vengono tradotti in strutture materiali che definiamo “oggetti”, ed esistono (sembrano esistere) nello spazio; altri sono tradotti invece in strutture psicologiche che chiamiamo “eventi” e che esistono (sembrano esistere) nel tempo.
In pratica, gli eventi esteriori, le circostanze e le condizioni sono una sorta di risposta dal vivo alle nostre credenze e convinzioni.

Sono certe attitudini emotive verso noi stessi, e verso la vita in genere, che creano le nostre credenze, e queste credenze vengono scambiate come verità e non vengono mai messe in discussione, perché ci appaiono come dati di fatto, troppo ovvi per essere esaminati, e vengono così considerate caratteristiche intrinseche della realtà.
Ogni persona sperimenta, quindi, una sua unica realtà, diversa da quella di ogni altro individuo, realtà che sgorga dal paesaggio interiore fatto di pensieri, sensazioni, aspettative e credenze.

Letteralmente creiamo la nostra esperienza quotidiana attraverso le credenze che abbiamo sia su noi stessi, sia sulla natura della realtà: creiamo la nostra esperienza nel mondo attraverso le nostre aspettative.
Le credenze possono essere positive o negative, e diventa allora facile comprendere che per vivere una vita felice, abbiamo bisogno di scoprire quali siano le credenze che producono dolore e cambiarle in altre che producano gioia e serenità, poiché se noi alteriamo lo stato della nostra psiche, automaticamente vengono alterate anche le esperienze fisiche prodotte.

Ci sono credenze che potremmo chiamare credenze di superficie, come quella che le persone di colore siano pericolose, o quella che i bambini dovrebbero pulire le loro camerette, o che gli uomini siano insensibili, o che le donne siano inaffidabili.
Questo tipo di credenze sono come rami di un albero e sono il sottoprodotto di una credenza più profonda: la credenza fondante, che corrisponde alla radice dell’albero.

Le credenze fondanti sono le vere fondamenta della vita che stiamo vivendo. Sono la fonte da cui tutto origina, e soprattutto, sono la fonte stessa di come vediamo noi stessi e l’universo in cui viviamo. Sono sia la radice della gioia che la radice della sofferenza nella nostra vita.
Alcuni esempi di credenze fondanti sono, per esempio: “Sono inamabile”; “Mi farò del male se mi apro a qualcuno”; “La vita non ha senso”.

Le credenze fondanti sono per lo più subcoscienti e sono il risultato dell’impatto di certe esperienze che abbiamo avuto nella nostra infanzia. Soprattutto la ripetizione di esperienze simili crea un profondo radicamento nella psiche, che diventa rigida e inflessibile su quella particolare credenza. Di conseguenza siamo portati ad ignorare tutto ciò che può invalidare quella credenza, mentre prestiamo grande attenzione a tutto ciò che la convalida; in questo modo otteniamo delle prove dalla realtà sperimentata che confermano e rafforzano la nostra credenza.
Il cane che si morde la coda.

Dato che fanno parte del subcosciente, sono difficilmente riconoscibili, ben nascoste nei meandri profondi della nostra parte ombra. La psicanalisi ci dice che quelle parti sono raggiungibili solo attraverso un lungo e duro lavoro di ricostruzione mnemonica, per la quale solitamente sono necessari anni e anni di terapia. Ma c’è un semplice lavoro su noi stessi che possiamo imparare a svolgere e che ci aiuta a definire le nostre credenze.

Il lavoro che possiamo fare è quello di prendere consapevolezza delle nostre credenze fondanti, e il modo per farlo è quello di osservarci e diventare consapevoli delle cose che ci fanno arrabbiare, preoccupare o intristire: di tutto quello che ci provoca un turbamento.
In realtà se ci troviamo a vivere in una situazione che ci fa arrabbiare o preoccupare, dal momento che l’abbiamo creata noi, è perché l’universo che creiamo ci dà una possibilità di scoprire proprio qualcosa che è sepolto nelle nostre profondità.
Quindi la prima cosa da fare è notare cos’è che produce quello stato di turbamento e poi cominciare deliberatamente un processo di analisi, mettendo consapevolmente in discussione il turbamento provato, fino ad arrivare alla credenza fondante.

Una tecnica che possiamo usare è quella di porci due domande specifiche sui pensieri che formuliamo su una qualsiasi esperienza negativa: la prima è “Se questo è davvero vero, perché mi fa male?“; la seconda: “Qual è allora il suo significato per me?”
Facciamo un esempio: si rientra in casa e si nota che la casa è in un disordine totale.

Il primo pensiero che abbiamo può essere: questa casa è un casino.
Ora rispondiamo alle due domande: Se questo è davvero vero, perché mi fa male? Qual è allora il suo significato per me?
Le risposte potrebbero essere: Sì, è vero. Perché vivo in un porcile.
Va bene, vivo in un porcile.
Se questo è davvero vero, perché mi fa male? Qual è il suo significato per me?
La risposta potrebbe essere: nessuno rispetta la mia casa.
Ok, nessuno rispetta la mia casa.
Se questo è davvero vero, perché mi fa male? Qual è il suo significato per me?
La risposta potrebbe essere: a nessuno interessa come mi sento.
Se questo è davvero vero, perché mi fa male? Qual è il suo significato per me?
Perché è inevitabile che le persone mi feriscano.
Se questo è davvero vero, perché mi fa male? Qual è il suo significato per me?
La sofferenza è lo scopo della vita.
Se questo è davvero vero, perché mi fa male? Qual è il suo significato per me?
La vita è una punizione.
Se questo è davvero vero, perché mi fa male? Qual è il suo significato per me?
Significa che sono cattivo.
Se questo è davvero vero, perché mi fa male? Qual è il suo significato per me?
Che non sarò mai amato.
Se questo è davvero vero, perché mi fa male? Qual è il suo significato per me?
Che sono completamente solo.

Sono completamente solo è la credenza fondante, in questo esempio. Il fatto che la casa sia in disordine e che questa condizione ci porti sofferenza, è interamente creata dalla nostra credenza di essere totalmente soli. La grande ironia di questo processo creativo è quella che la persona che rientra in casa e vede il disordine, non pensa automaticamente che dipenda dal fatto di credere di essere sola, mentre in effetti ha fuso la causa (credenza fondante) e l’effetto (disordine).

Quando si lavora su sé stessi per scoprire una nostra credenza fondante, bisogna essere molto onesti e prestare molta attenzione alle giustificazioni che possiamo produrre, perché queste ci impediscono di lavorare con la parte ombra.
Per esempio, di fronte allo scenario della casa in disordine, alla domanda perché mi fa male, uno potrebbe essere tentato di rispondere: beh, non mi piace il disordine.
Perché mi fa male?
Perché mi fa sentire come se alla gente non importasse.
Perché mi fa male?
Beh, perché alla gente dovrebbe importare, altrimenti ci sto male.
Questa è una scappatoia, una giustificazione, una falsa risposta, perché quella vera è che se alla gente non importa di te è perché ti senti completamente solo.

Abbiamo tutti la tendenza, specialmente quando stiamo lavorando intorno ad una profonda credenza fondante, di virare la direzione appena possibile per giustificare un pensiero vero (…alla gente dovrebbe importare) senza guardare all’interno del nostro abisso, perché ci fa davvero paura, perché è orribile pensare al vero motivo per cui ci fa male, che è il credere di essere completamente soli.

È possibile applicare questo processo per mettere in discussione qualsiasi pensiero, idea o emozione, qualsiasi giudizio o convinzione si possa avere. Scaviamo a fondo e possiamo scoprire quelle che sono le nostre credenze fondanti negative.

Con Amore,
Yel

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