Medito Ergo Sum

Ho incontrato la meditazione all’improvviso nell’estate del 2011. Non la stavo nemmeno cercando, almeno consapevolmente. E’ successo perché stavo cercando un workshop o un qualche laboratorio estivo, come sempre ho fatto in molte estati della mia vita, e, spinta da non so quale motivo, invece di cercare qualcosa di attinente alle mie attività di quel periodo (scrittura, teatro o musica, in genere), mi sono trovata a digitare su google due parole apparentemente antitetiche. Mi ricordo che c’è stato una specie di processo mentale, per cui mi son domandata: quali sono le due cose che non ho mai affrontato nella vita?  E ho scritto “danza sacra” e la sincronia mi ha mostrato un corso di danze sacre di Gurdijeff che cominciava la settimana seguente in Toscana.

Di Gurdijeff io non sapevo quasi nulla, anche se inspiegabilmente nella mia libreria c’era la sua biografia “Incontri con uomini straordinari”, che però avevo solo sbirciato qua e là, trovandolo poco in sintonia con le mie letture abituali.  Ma era un’estate di cambiamento profondo, un po’ come quella che sto (stiamo) vivendo ora. Comunque non voglio parlare di Gurdijeff ma della meditazione e di come sia arrivata nella mia vita.

Nell’organizzazione del corso di danze sacre, la primissima pratica di ogni  giorno  consisteva in una meditazione guidata di gruppo della durata di mezz’ora, all’alba, prima di colazione. Ammetto che per i primi tre giorni non ho capito assolutamente che cosa stessimo a fare lì seduti in cerchio, immobili e silenziosi, ascoltando la voce dell’istruttore che ci guidava nel dirigere il respiro in varie parti del corpo; ma al quarto giorno ho realizzato per la prima volta in vita mia che il chiacchiericcio continuo della mente, con tutte le sue domande e pensieri, si era quietato e il primo pensiero – che comunque è spuntato – è stato: “Oh cazzo, non sto pensando…

Non avevo mai realizzato, non ci avevo mai pensato, che si potesse quietare o addirittura sospendere quel dialogo interiore che ci perseguita, fatto di ricordi e aspettative, e quindi sempre proiettato o nel passato o nel futuro, ma quasi mai nel presente. Ed è stato un momento di realizzazione esplosiva, uno switch radicale rispetto all’approccio alla mia vita: ero eccitata dalla scoperta, ma anche incredula che fosse uno stato ripetibile a comando. Un po’ come ora faccio veramente fatica a credere di aver vissuto tutti quegli anni precedenti senza la possibilità di sospendere quel chiacchiericcio nella mia testa.

Tornata a casa ho deciso di continuare la pratica per conto mio. Ho sempre diffidato di guru e maestri, ed ho sempre pensato che  invece ciascuno di noi sia il proprio guru e maestro, per cui, in modo un po’ anarchico, ho cominciato a organizzare le mie meditazioni nel modo a me più congeniale. Ho letto un po’ di libri sull’argomento e ascoltato ancora qualche meditazione guidata e poi, progressivamente, ho abbandonato tutto quello che avevo imparato per fare, come si dice, “tabula rasa“.

La definizione di meditazione che mi piace di più, è quella del Sufismo (la branca più pura e esoterica dell’Islam) che la defnisce semplicemente come “Attendere e Osservare“, ed è esattamente quello che si deve fare. Aspettare. Aspettare e intanto guardare cosa accade dentro noi. E non fare nient’altro che questo. Non preoccuparsi di controllare il respiro, né recitare mantra ad alta voce, né visualizzare o immaginare altre realtà e dimensioni: semplicemente stare lì, seguendo il respiro naturale, senza aspettarsi che accada nulla. Perché non c’è nulla che deve accadere durante la meditazione: i suoi effetti arrivano dopo. Ci sono dei trucchi certo per costringere la mente in uno stato di quiete, ma una volta che si è compreso il meccanismo, i trucchi non sono più necessari.

L’unica manifestazione reale della meditazione è quella della consapevolezza, che si può spiegare come un fenomeno estremamente intimo ma di importanza cardinale. Essere consapevoli non è essere informati superficialmente, né un semplice sapere, perché non c’entra nulla con la conoscenza dell’intelletto. Sei lì, presente a te stesso: sei nudo, spogliato di tutti i costrutti e abitudini. Sei, come si dice, nel qui ed ora.
La consapevolezza è una condizione in cui la comprensione di qualcosa si fa interiore, profonda, perfettamente armonizzata col resto della persona, in un UNO coerente. È quel tipo di sapere che dà forma all’etica, alla condotta di vita, alla Volontà, rendendole autentiche. La consapevolezza non si può inculcare: non è un dato o una nozione. È la costruzione personale e originale del proprio modo di rapportarsi col mondo.

Non ci ho messo molto a capire che meditare una volta alla settimana, oppure ogni tanto alla domenica, non serve a nulla. Perchè la meditazione possa fare il suo lavoro di costruzione della consapevolezza, bisogna farla tutti i giorni, prendersi l’impegno come quello di alzarsi dal letto e lavarsi la faccia. Tutti i santi giorni (e se se ne salta uno, in qualche modo bisogna ricominciare da capo). Ho cominciato con 7 minuti soli e progressivamente li ho espansi a 14, poi 21 e sono poi arrivata a 28 minuti. (non so perché uso multipli di sette, ma sette è uno dei numeri chiave dell’Universo, quindi mi sembra abbia senso). A volte mi fermo prima perché sento che il tempo è già sufficiente, a volte vado oltre, assorbita in uno stato calmo e pacifico che mi ricarica.

Sono anni ormai che svolgo la pratica della meditazione quotidianamente. La faccio al mattino appena sveglia, prima di ogni altra cosa (no, vabbè, mi lavo la faccia prima) ed è diventata un’attività che DESIDERO fare, e penso che questa sia un’altra chiave importante. Il nostro desiderio è una forza molto potente, così potente da forgiare la realtà in cui viviamo.

E cosa è successo in me nel frattempo? Che sono sempre più consapevole di me stessa, che osservo i miei pensieri e le mie emozioni sul nascere, che la mia volontà è più forte e il mio amore per me, per voi, per la vita aumenta di giorno in giorno. Non accade nulla di meraviglioso: non levito sul pavimento o faccio voli astrali, ma in un modo sottilmente magico la mia vita sta cambiando e migliorando. Mi sto evolvendo, insomma, e ho sostituito al “Penso quindi sono”, di cartesiana memoria, il “Medito quindi Sono“.

In questa estate di trasformazione e purificazione mi sento di consigliarvi di provarci, se ancora non l’avete fatto. Sembra una cosa piccola e insignificante, ma produce un enorme cambiamento nella nostra coscienza.

Con Amore,
Yel

 

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