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Senza Famiglia (nucleare)

Il concetto di famiglia nucleare, nella storia dell’umanità, è molto recente. Ne parla per la prima volta il Dizionario Oxford di inglese nel 1925 e la definisce come una struttura domestica composta da una madre, un padre e i loro figli (un nucleo, appunto).
Il motivo per cui la sua comparsa sia avvenuta in quest’epoca moderna è dovuto ad un fattore puramente economico: il costo per la costituzione di una struttura famigliare è sempre stato molto alto, e nei tempi passati nessuna giovane coppia è mai stata in grado di affrontarlo da sola. Con l’arrivo della società industriale e la possibilità economica di vivere separati dagli altri familiari (famiglia allargata) ecco che allora nasce la famiglia nucleare, che nemmeno dopo 100 anni dalla sua nascita possiamo già definire un’aberrazione storica destinata comunque a fallire.

Se guardiamo un po’ attentamente, vediamo che la famiglia allargata (composta dai vari legami familiari estesi come genitori, zie, zii, cugini, nipoti, ecc.) è sempre stata la norma sia dal punto di vista storico che da quello geografico. Fin dai tempi dei Romani il concetto di paterfamilias era esteso non soltanto ai diretti membri  della famiglia, ma anche a tutti gli schiavi, i liberti e i clientes che vivevano nello stesso luogo. E così è stato fino agli inizi del ‘900. Se vi ricordate l’omonimo film di Bertolucci, la cui storia comincia proprio nel 1900, c’è un ottimo esempio delle due diverse strutture domestiche: quella vasta e composita dove vive Olmo, di padre sconosciuto,  fatta dei braccianti e mezzani della terra, e quella di Alfredo, il figlio dei padroni, già limitata ad un piccolo nucleo. In molte zone del pianeta ancora oggi la famiglia allargata è la norma. In paesi come l’America Latina, l’Africa, il Medio Oriente, le famiglie sono multigenerazionali, con nonni, genitori e figli che vivono sotto lo stesso tetto.

Queste strutture domestiche estese sono entrate in crisi, qui in Occidente, a causa della Rivoluzione industriale, come già detto, che è stata anche la causa principale dei fenomeni di migrazione di massa, sia interni che esterni alle nazioni. Corrisponde a quel periodo anche lo svuotamento delle campagne e il riempimento delle città, creando quella forza lavoro a buon mercato (i nuovi schiavi) necessaria allo sviluppo del capitalismo. Vediamo che la stessa cosa accade oggi in Cina, dove millioni di giovani cinesi lasciano la loro famiglia e il paesello, migrando dalle zone centrali e occidentali verso le fabbriche delle zone costiere, trovandosi a vivere nemmeno più in famiglie estese o nucleari, ma in minuscole abitazioni da single o in dormitori di gruppo (a volte dentro la stessa fabbrica), dove si creano regole e norme sociali completamente differenti.

Come sempre accade nell’esperienza umana, sono i momenti di crisi che fanno avanzare ed evolvere il mondo e così vediamo come l’impatto della Grande Recessione che stiamo vivendo (e che verrà definita così dagli storici del futuro) ha sorprendentemente prodotto un aumento del numero di persone che vivono in famiglie estese o in un nuovo modello chiamato famiglie complesse, composte da più di due adulti, connessi tra loro da legami di nuova definizione anch’essi, chiamati poliamorismo o poligamia (matrimoni di gruppo).

Se osserviamo questo fenomeno  solo dal punto di vista economico, vediamo come le difficoltà finanziarie all’interno di una famiglia estesa vengono sostanzialmente ridotte e il tenore di vita dei partecipanti si eleva, creando dei benefici potenziali maggiori a chi sta soffrendo la crisi da single o all’interno delle famiglie nucleari. Insomma sta diventando sempre più chiaro che è molto costoso vivere separati e che invece è più conveniente vivere insieme. Ma se fosse solamente l’aspetto economico, allora vorrebbe dire che se la macchina ripartisse (sempre che lo possa fare) allora tutti tornerebbero al vecchio modo di vivere, e le famiglie estese non avrebbero più senso. Invece il futuro non è così certo, per varie ragioni.

Il declino delle famiglie allargate ha costretto i governi ad aumentare di dimensione per poter provvedere a quei servizi che erano gestiti all’interno di queste famiglie estese: di fatto, il governo ha sostituito le funzioni che le erano proprie, come ad esempio la cura di bambini, anziani o persone bisognose di assistenza speciale. Ma i governi sono ormai divenuti mastodontici e non sono più affidabili, e questi servizi non vengono resi in modo non solo soddisfacente, ma neppure sufficiente, rendendo la vita delle persone stressante e complicata e togliendo alla famiglia nucleare sempre più sostenibilità.

L’obiettivo principale dello smembramento delle strutture domestiche multigenerazionali è quello di liberare le persone da compiti famigliari pe farli diventare forza lavoro da impiegare nell’economia. Così per esempio, è il governo oggi che provvede all’assistenza per l’infanzia, creando strutture di accoglienza per i bambini in età prescolare. Non voglio affrontare qui il discorso della reale funzione dell’insegnamento scolastico, magari lo farò in un altro post: sappiate che la scuola dell’obbligo, come oggi è intesa e organizzata, è anch’essa un’invenzione recente e risale all’Impero Prussiano. Ho detto tutto.

Cosa invece potrebbe succedere se i bambini fossero assistiti all’interno di una famiglia estesa? Che si creerebbero combinazioni creative tra i vari parenti e componenti della famiglia (nonni, genitori, zii, cugini, amici, ecc) che non solo godrebbero loro stessi dell’energia attiva che arriva dal contatto con i bambini, ma darebbero proprio alle giovani generazioni la possibilità di sviluppare relazioni con altri adulti oltre ai propri genitori, rompendo quelle pesanti catene famigliari che spesso si tramandano nei contatti limitati con padri e madri. Nel libro “L’isola” di Aldous Huxley, un bel romanzo utopico pubblicato nel  1962, si descrive proprio questo tipo di approccio alla delicata e importante fase dell’imprinting dei giovani esseri umani, con la creazione, sull’isola, di una rete di assistenza reciproca vasta e diffusa, che introduce nella sostanza l’idea di una grande famiglia di esseri umani, come realmente siamo.

La stessa cosa vale per le così dette case di riposo – che nome orribile, ci avete mai pensato? E’ l’equivalente di tempo libero, che ovviamente significa non prigioniero del sistema lavoro. Il riposo sarebbe quello meritato dopo la fatica, sempre del lavoro. Come se una volta compiuto quello, nella vita non ci fosse più altro, se non riposare e aspettare la sua conclusione.
Non allontanare dai giovani gli anziani , preziosissimi per la loro esperienza di vita che li rende saggi ed equilibrati, è sempre stata una caratteristica delle sane società tribali, ma è ritenuta (giustamente) una pratica controproducente e pericolosa per il sistema economico in cui viviamo, perché nel confronto generazionale c’è un passaggio di cultura emotiva che rende le persone meno controllabili e meno gestibili.

Nella mia esperienza di vita, purtroppo, non ho avuto modo di conoscere nessuno dei miei avi, ma ho invece sperimentato la vita in una famiglia estesa, se pur per i soli mesi estivi, dalla fine delle scuole al loro inizio. I miei genitori avevano costruito una casa con molte camere da letto e un grande salone con un immenso tavolo rettangolare, e da giugno a settembre, si trovavano a vivere insieme tre differenti famiglie, legate tra loro da vincoli di parentela e amicizia. Vivere in questa piccola comunità è qualcosa che mi ha segnato per sempre, e mi ha fatto comprendere che l’unico modo per spezzare quelle che vengono definite catene familiari di dolore, è quello di confrontarsi nel quotidiano con gli altri, con quelli che non fanno parte della tua famiglia di nascita ma per scelta.

D’altra parte abbiamo vissuto con successo in questo modo (con i clan familiari e le tribù nei villaggi) per più di settantamila anni, e solo negli ultimi cento abbiamo fatto in modo diverso, e la storia ci insegna che il nuovo non è sempre il migliore.

Con amore,

Yel

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