Il Nuovissimo Testamento

Tanti anni fa mi ero innamorata di un film belga, intitolato “Toto l’hero” che cominciava con uno scambio accidentale di due neonati in culla, ribaltando così specularmente le vite dei protagonisti. Mi piaceva davvero tanto pensare come la vita possa prendere una strada o l’altra solo in base ad un punto di partenza differente.

Ieri sera ho visto l’ultimo film dello stesso regista belga, Jaco Van Dormael, che esplora ed espande in forma di commedia dark lo stesso concetto. Ma in più, con la sincronia tipica dei prodotti artistici, ci illustra il grande cambiamento in atto di quest’epoca. Se non avete visto il film magari qui ve lo anticiperò un po’ ma senza rovinarvi il piacere di guardarlo.

Già il titolo “Le tout noveau testament” (Il Nuovissimo Testamento) suggerisce la necessità di un’evoluzione di uno dei testi che più hanno forgiato la società in cui viviamo. Non stranamente in Italia (e solo in Italia, cioè Vaticalia) il titolo è diventato un banalissimo e instupidente “Dio vive a Bruxelles”. Ho sempre pensato che i titolatori/censori italiani dei film stranieri appositamente avessero la tendenza a infantilizzare i titoli (che come ogni scrittore sa, sono la massima sintesi di un’opera) da renderli appunto stupidi e innocui. Un titolo come “Il nuovissimo Testamento” deve essere apparso estremamente blasfemo per la visione conservatrice del cattolicesimo gesuita che ci circonda e indirizza.

E comunque è vero che la storia comincia con Dio che vive in un appartamento sigillato, senza porte di ingresso nè di uscita, a Bruxelles, condiviso con una moglie bovinamente mansueta e la figlia di 10 anni, chiamata Ea.
Questo nome, Ea, viene dalla antica mitologia sumera, ed è una trasformazione del nome del dio Enki, che era considerato Dio della vita e della Ricostituzione, spesso raffigurato con due fiotti d’acqua che fluiscono verso le sue spalle e circondato da alberi differenti che simboleggiano l’aspetto maschile e femminile della natura. Enki è l’unico che aiuta Inanna a fuggire dall’oltretomba creando per lei due esseri transgender (vedi il mito di Inanna in questo post qui). Enki è il responsabile, sempre secondo la mitologia sumera, della creazione dell’uomo e del suo salvataggio contro il disegno genocida del diluvio provocato dal malvagio Enlil, re di tutti gli Dei. Enki insomma rappresenta la natura non-patriarcale del divino.

Infatti Ea è una bambina di dieci anni che non sopporta più l’attività malefica del padre (il Dio patriarcale) che, sadico e scontroso, continua a tormentare l’umanità per il suo sollazzo, manipolando la realtà con il suo piccolo computer.
Whops, cosa?! Manipolare la realtà? Eccoci di nuovo in tema matrix: l’uomo non è cattivo e autodistruttivo bensì è manipolato per vivere una vita di sofferenza. La nostra eroina Ea, dopo esser stata presa a cinghiate per aver scoperto la malvagità del padre, decide di ribellarsi e si intrufola nuovamente nell’ufficio di Dio (mentre lui dorme ubriaco) e fa una cosa strabiliante: manda un sms a tutti gli abitanti di Bruxelles informando ciascuno della propria data di morte. Poi, ispirata dal fratello JC (che se n’è andato dall’appartamento molto tempo prima) decide di aggiungere 6 nuovi vangeli narrati da 6 nuovi apostoli che sceglie casualmente.

Dunque, gli apostoli erano (secondo le fonti tradizionali) 12, e sappiamo quanto questo numero sia presente nella nostra vita, per esempio nel tempo (mesi, ore del giorno e della notte, ecc.), ma Ea, nel corso del film, ne aggiunge altri 6, portandoli a 18.
18, diciotto… Faccio una rapida ricerca e scopro che la parola ebraica che sta per “vita” (chai) ha il valore numerico di 18;  che presso gli antichi romani il numero 18 simboleggiava una relazione di sangue; che ci sono 18 libri di 18 capitoli nel poema epico più antico, il Mahabharata e che la forma del numero 18 in arabo è formata dalle linee del palmo della mano destra. Sappiamo poi tutti che a diciotto anni si diventa maggiorenni e maturi sessualmente.

Ea blocca il computer del padre e scappa dall’appartamento sigillato attraverso lo scarico della lavatrice (ricordate Neo in Matrix che viene scaricato nei liquami?) e comincia a girovagare per le strade di Bruxelles. Incontra un senzatetto dislessico, Victor, e lo assume come scriba per il nuovissimo Testamento, che sarà composto dalle storie di vita dei sei umani pescati a caso dall’archivio di Dio.
Il primo apostolo è una bellissima donna che ha perso un braccio in un incidente ed è convinta che nessuno possa amarla; il secondo è un uomo solo che odia il suo lavoro e la vita e che decide, nel momento in cui conosce la data della sua morte, di non muoversi più da una panchina nel parco; il terzo apostolo è un vecchio maniaco sessuale che non riesce ad avvicinare normalmente le donne; il quarto è un uomo affascinato dalla morte che spara ai passanti; il quinto è una donna imprigionata in un matrimonio senza amore e il sesto è un ragazzino malaticcio che vuole essere una ragazzina.
Fin troppo ovviamente vediamo che il filo spezzato che unisce tutte queste persone è l’amore, l’amore per sè stessi, l’amore per gli altri, l’amore per la vita.

Ea, come la Amélie del film di Jean-Pierre Jeunet, usa qualche trucchetto magico e riallaccia il filo che hanno perduto, mentre suo padre la insegue per fargli sistemare il computer. Ecco, non voglio svelare altro, se non che, seguendo la tradizione della tragedia greca del Deus ex machina, il film si conclude con una grande catarsi e il mondo, cioè Bruxelles e i suoi abitanti, ne escono completamente trasformati.
E niente, guardatelo perché è proprio bello.
Con amore,

Yel